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Che cos’è e perché è importante riconoscerla presto.

Dott. Giovanni Marotta
07/09/2026
Infimmazione Silente
Con il termine “infiammazione silente” si indica una condizione di infiammazione cronica di basso grado. Non è una malattia specifica e non si diagnostica con un singolo esame. È piuttosto una situazione nella quale l’organismo rimane per lungo tempo in uno stato di lieve attivazione infiammatoria, senza presentare necessariamente febbre, dolore, gonfiore o altri segni tipici dell’infiammazione acuta. La persona può sentirsi bene e avere molti esami ancora nella norma.L’infiammazione acuta è diversa dalla silente e è utile: serve a reagire a un’infezione, a un trauma o a un danno e si spegne - o dovrebbe spegnersi - quando il problema è risolto.L’infiammazione silente è diversa. Lo stimolo è più debole, ma continua nel tempo.Cause Possono contribuire eccesso di alimentazione, sedentarietà, alterazioni metaboliche, grasso viscerale, fumo, stress ossidativo, sonno insufficiente o disturbato, infezioni croniche, problemi del cavo orale, invecchiamento e altre condizioniQuando l’infiammazione nasce soprattutto da alterazioni metaboliche si parla di metaflammation, cioè infiammazione metabolica. Quando invece è legata anche ai processi dell’invecchiamento si usa il termine inflammaging, formato dalle parole inglesi inflammation e aging, infiammazione e invecchiamento. Non riguarda soltanto le persone obese Essere obesi non significa automaticamente essere infiammati e, al contrario, essere magri non significa necessariamente essere metabolicamente sani.Conta molto la distribuzione del grasso. Il grasso viscerale, cioè quello accumulato all’interno dell’addome attorno agli organi, è metabolicamente più attivo del grasso sottocutaneo. Anche una persona normopeso può avere molto grasso viscerale, poca massa muscolare oppure accumulare grasso nel fegato e nel muscolo. Questo viene chiamato grasso ectopico, perché si deposita in tessuti che non sono destinati principalmente a immagazzinarlo.Per questo non basta pesarsi. Sono importanti anche circonferenza addominale, massa muscolare, attività fisica e presenza di steatosi epatica. Il primo cambiamento: l’organismo fa più fatica a tornare all’equilibrio Un organismo sano sa adattarsi bene ai pasti, al digiuno, all’attività fisica e agli altri cambiamenti della giornata. Questa capacità viene chiamata flessibilità metabolica. Dopo aver mangiato aumentano glucosio e insulina, vengono utilizzati o immagazzinati i nutrienti e poi, progressivamente, il metabolismo ritorna alla situazione di partenza.Nelle prime fasi della disfunzione questo ritorno all’equilibrio diventa più lento. Gli esami a digiuno possono essere ancora normali, ma l’organismo deve lavorare di più per mantenerli tali.Un esempio importante riguarda l’insulina. Questo ormone, prodotto dal pancreas, aiuta le cellule a utilizzare il glucosio e regola anche il metabolismo dei grassi. Quando i tessuti diventano meno sensibili alla sua azione si parla di insulino-resistenza. All’inizio il pancreas riesce a compensare producendo più insulina. La glicemia può quindi rimanere normale, ma per mantenerla normale è necessaria una quantità maggiore di insulina.Per questo, nelle fasi iniziali, può essere interessante osservare anche quello che accade dopo il pasto e non soltanto glicemia e insulina a digiuno. Che cosa succede al tessuto adiposo Il tessuto adiposo non è soltanto un deposito passivo di grasso. È un vero organo metabolicamente attivo.Gli adipociti conservano energia sotto forma di trigliceridi. Quando abbiamo bisogno di energia, questi trigliceridi vengono demoliti e vengono liberati acidi grassi. Questo processo si chiama lipolisi.Dopo un pasto l’insulina normalmente rallenta la lipolisi, perché in quel momento l’organismo sta ricevendo energia dal cibo e non ha bisogno di mobilitare le proprie riserve. Quando però il tessuto adiposo diventa meno sensibile all’insulina, questo freno funziona peggio. Gli adipociti continuano a liberare una quantità eccessiva di acidi grassi anche quando dovrebbero conservarli.Una parte importante di questi grassi raggiunge il fegato. Se ne arrivano troppi, il fegato non riesce a utilizzarli tutti. Una parte viene accumulata e può comparire la steatosi, il cosiddetto “fegato grasso”. Un’altra parte viene rimessa in circolo sotto forma di particelle ricche di trigliceridi.Per questo insulino-resistenza, aumento dei trigliceridi e steatosi epatica tendono spesso a comparire insieme. Come il metabolismo comincia a coinvolgere il sistema immunitario Quando gli adipociti diventano troppo grandi e metabolicamente stressati, iniziano a modificare i segnali che inviano agli altri tessuti. Possono comparire riduzione dell’ossigenazione locale, stress cellulare, alterazioni dei mitocondri e aumento dello stress ossidativo.Il sistema immunitario percepisce questi segnali come segnali di pericolo. Vengono richiamati monociti e macrofagi, cellule normalmente utilizzate dall’organismo per difendersi e riparare i tessuti. Se però questa attivazione continua nel tempo, vengono prodotte sostanze infiammatorie chiamate citochine.Tra le più studiate vi sono interleuchina 1, interleuchina 6 e TNF-alfa, fattore di necrosi tumorale alfa. Queste molecole possono a loro volta peggiorare la risposta all’insulina. Si crea quindi un circolo nel quale alterazione metabolica e infiammazione si rinforzano reciprocamente. Che cosa succede ai grassi nel sangue Con il progredire dell’insulino-resistenza possono aumentare i trigliceridi, diminuire le HDL, cioè le lipoproteine ad alta densità, e modificarsi le LDL, cioè le lipoproteine a bassa densità.Non conta soltanto la quantità di colesterolo. Conta anche il numero e il tipo delle particelle che lo trasportano. In alcune condizioni metaboliche aumentano particelle LDL più piccole e dense, maggiormente associate al rischio aterosclerotico.È importante anche osservare come i valori cambiano nel tempo. Un valore ancora formalmente normale può essere significativo se è molto diverso da quello abituale della persona. Il fegato come organo sentinella Il fegato è spesso uno dei primi organi nei quali si manifesta il sovraccarico metabolico. Può comparire steatosi anche in persone magre e anche con transaminasi normali.Gli enzimi epatici come ALT, AST e GGT possono aiutare a comprendere il quadro, ma nessuno di essi è un test specifico dell’infiammazione silente.Ciò che conta è integrarli con metabolismo, composizione corporea e andamento nel tempo. Muscolo, sonno e salute orale Anche il muscolo è fondamentale. Una buona massa muscolare aiuta a utilizzare il glucosio dopo i pasti. Quando perdiamo muscolo, soprattutto con l’età e la sedentarietà, diminuisce uno dei principali “consumatori” di glucosio dell’organismo. Questo può favorire insulino-resistenza e peggioramento metabolico.Anche il sonno può influenzare l’infiammazione. Le apnee ostruttive del sonno provocano ripetute riduzioni dell’ossigenazione e aumentano stress ossidativo e attività del sistema nervoso simpatico.Non va trascurata nemmeno la bocca. Una parodontite cronica può costituire una fonte continua di stimolazione infiammatoria. Quando vengono coinvolti i vasi L’endotelio è il sottile rivestimento interno dei vasi sanguigni. Non è una semplice parete: regola dilatazione dei vasi, coagulazione, permeabilità e rapporto tra sangue e parete vascolare.Una delle sostanze protettive prodotte dall’endotelio è l’ossido nitrico, che favorisce la vasodilatazione e aiuta a mantenere il vaso in buone condizioni.Stress ossidativo, glicemia elevata dopo i pasti, alterazioni dei grassi nel sangue e citochine infiammatorie possono ridurre la disponibilità di ossido nitrico. Compare così progressivamente la disfunzione endoteliale, uno dei primi passaggi che favoriscono l’aterosclerosi. Come si riconosce l’infiammazione silente? Non esiste un esame unico capace di dire se una persona presenta “infiammazione silente”.La proteina C-reattiva ad alta sensibilità può rilevare piccoli aumenti dell’attività infiammatoria, ma non indica la causa. Può aumentare per infezioni, problemi dentali, malattie infiammatorie e molte altre condizioni.Per questo è più utile considerare insieme diversi elementi: circonferenza addominale, massa muscolare, attività fisica, qualità del sonno, pressione arteriosa, trigliceridi, HDL, glicemia, insulina, andamento dopo i pasti, steatosi epatica, GGT, proteina C-reattiva, emocromo e storia clinica.È soprattutto importante osservare i cambiamenti nel tempo. Una persona può avere ancora tutti i valori “nei limiti”, ma mostrare progressivamente più grasso addominale, meno muscolo, trigliceridi in aumento, steatosi iniziale e una risposta insulinica sempre maggiore dopo i pasti. Come può progredire All’inizio l’organismo riesce ancora a compensare. La glicemia rimane normale, ma serve più insulina. Progressivamente il tessuto adiposo diventa meno efficiente, aumenta la liberazione di acidi grassi e una parte di questi si accumula nel fegato e negli altri tessuti.Possono quindi comparire steatosi, aumento dei trigliceridi e maggiore attivazione immunitaria. L’infiammazione può a sua volta peggiorare l’insulino-resistenza.Con il passare degli anni, in alcune persone, la compensazione pancreatica diventa insufficiente e possono comparire prediabete e diabete tipo 2.Parallelamente può svilupparsi disfunzione endoteliale, aumentare la pressione arteriosa e iniziare o accelerare il processo aterosclerotico. Nel tempo possono quindi aumentare il rischio di cardiopatia ischemica, infarto, ictus e arteriopatia periferica.Il fegato grasso, in una parte dei soggetti, può evolvere verso infiammazione e fibrosi. Anche il rene può risentire della combinazione di ipertensione, diabete e disfunzione vascolare.Con l’età diventa importante anche il muscolo. Infiammazione cronica, inattività e alterazioni metaboliche possono favorire sarcopenia, cioè perdita di forza e massa muscolare, aumentando fragilità e riducendo ulteriormente la capacità di utilizzare il glucosio.Nel sistema nervoso l’infiammazione cronica può contribuire, insieme a molti altri fattori, a creare un ambiente meno favorevole alla salute cerebrale. Non significa che l’infiammazione silente provochi direttamente malattie come l’Alzheimer, ma può essere uno dei fattori che aumentano la vulnerabilità del sistema nervoso.Anche il rapporto con i tumori deve essere spiegato con prudenza. Alcune forme di infiammazione cronica possono contribuire a creare un ambiente biologico favorevole alla crescita tumorale, ma l’infiammazione silente non deve essere considerata una condizione precancerosa né una proteina C-reattiva elevata deve essere interpretata come segnale di tumore. Il punto più importante La fase più interessante dal punto di vista preventivo non è quella nella quale sono già presenti diabete, steatosi importante, ipertensione e aterosclerosi.È la fase precedente, nella quale l’organismo riesce ancora a mantenere apparentemente normali molti parametri, ma lo fa con uno sforzo crescente.Una glicemia normale può richiedere sempre più insulina. Un soggetto può rimanere normopeso ma perdere muscolo e aumentare il grasso viscerale. I trigliceridi possono lentamente salire. Può comparire una lieve steatosi. La pressione può aumentare gradualmente.Nessuno di questi elementi, isolatamente, dimostra un’infiammazione silente. È l’insieme dei cambiamenti e soprattutto la loro evoluzione nel tempo che permette di capire che l’organismo sta perdendo progressivamente parte della propria capacità di adattarsi e tornare all’equilibrio.L’infiammazione silente può quindi essere vista come uno dei segnali di una perdita progressiva di resilienza biologica. Riconoscerla precocemente significa intervenire quando molte alterazioni sono ancora modificabili, prima che diventino vere e proprie malattie. COSA POSSIAMO FARE PER RECUPERARE SALUTE E RIDURRE L’INFIAMMAZIONE SILENTE(Versione per i non terapeuti) Quando parliamo di infiammazione silente non dobbiamo immaginare qualcosa che si possa “spegnere” con una singola pillola, un integratore o un alimento particolare. L’infiammazione è una funzione normale e necessaria dell’organismo. Diventa un problema quando rimane attiva troppo a lungo e si associa ad altre alterazioni: aumento del grasso viscerale, perdita di muscolo, cattiva risposta all’insulina, sonno insufficiente, stress cronico, fumo, alimentazione eccessiva o poco equilibrata, problemi intestinali, steatosi del fegato, ipertensione o altre patologie.L’obiettivo è quindi aiutare l’organismo a ritrovare una maggiore capacità di equilibrio e di recupero. Muoversi di più e mantenere il muscolo Il movimento è uno degli strumenti più importanti. Il muscolo non serve soltanto per camminare o sollevare pesi: utilizza una grande quantità di glucosio e grassi e aiuta l’organismo a rispondere meglio all’insulina.Per questo è utile combinare attività aerobica, come cammino sostenuto, bicicletta o nuoto, con esercizi di forza. Anche alzarsi frequentemente dalla sedia, usare le scale, camminare alcuni minuti dopo i pasti e ridurre le ore trascorse immobili può avere effetti importanti.Con l’età diventa ancora più importante proteggere la massa muscolare. Perdere muscolo significa perdere anche una parte della nostra capacità di gestire bene gli zuccheri e di mantenere autonomia e forza. Ridurre il grasso viscerale Il grasso che si accumula all’interno dell’addome, intorno agli organi, è diverso dal semplice grasso sottocutaneo. È metabolicamente più attivo e può produrre segnali che favoriscono insulino-resistenza e infiammazione.Per questo l’obiettivo non dovrebbe essere soltanto “dimagrire”. È più importante ridurre il grasso addominale conservando il muscolo.Anche una perdita di peso moderata, quando necessaria, può migliorare trigliceridi, pressione, glicemia, sensibilità all’insulina e steatosi epatica. Mangiare in modo più semplice Il modello più utile rimane quello mediterraneo: verdure, legumi, frutta intera, cereali poco raffinati, frutta secca, semi, pesce, olio extravergine di oliva e una quantità adeguata di proteine.Non esiste un singolo alimento “antinfiammatorio”. È il modo complessivo di mangiare ogni giorno che conta.È utile ridurre soprattutto gli alimenti ultraprocessati: prodotti molto elaborati, spesso ricchi di farine raffinate, zuccheri, grassi aggiunti, sale, aromi, emulsionanti e altri ingredienti tecnologici. Non tutto ciò che è confezionato è negativo. Verdure surgelate, legumi in barattolo, yogurt naturale, pasta, passata di pomodoro o pesce surgelato possono essere ottimi alimenti.Il problema sono soprattutto i prodotti costruiti per essere molto gustosi, morbidi, facili da mangiare rapidamente e spesso poveri di fibra. Questi prodotti possono facilitare un consumo eccessivo di calorie e, nel tempo, favorire aumento del grasso viscerale e peggioramento metabolico. Una regola pratica può essere questa: fare in modo che la maggior parte dell’alimentazione sia costituita da alimenti riconoscibili nella loro forma originaria e lasciare gli ultraprocessati assolutamente come consumo occasionale. Meno se ne usano meglio è! Leggere le etichette senza diventare ossessivi La lista degli ingredienti può aiutare molto.Gli ingredienti sono indicati in ordine di quantità. Se ai primi posti troviamo zucchero, sciroppi, farine molto raffinate o grassi aggiunti, il prodotto merita maggiore attenzione e va evitatoAttenzione ! Gli zuccheri possono comparire con nomi diversi: saccarosio, glucosio, destrosio, sciroppo di glucosio-fruttosio, maltodestrine e altri. È utile controllare anche fibra, sale, qualità dei grassi e quantità complessiva di calorie.Una lista lunga non significa automaticamente che un alimento sia dannoso, ma in generale più il prodotto è costruito con molti ingredienti raffinati e meno assomiglia all’alimento originario, più dovrebbe essere consumato con moderazione, anzi evitato! Nutrire il microbiota Nel nostro intestino vive una grande comunità di microrganismi, chiamata microbiota. Questi microrganismi partecipano alla digestione, producono sostanze utili e dialogano continuamente con il sistema immunitario.Molte fibre vegetali non vengono digerite completamente da noi, ma vengono utilizzate dai batteri intestinali. Dalla loro fermentazione si formano sostanze come il butirrato, che aiuta a nutrire le cellule del colon e contribuisce al mantenimento della barriera intestinale.Per questo una dieta ricca e varia di vegetali è utile anche per il microbiota.Verdure, legumi, frutta intera, cereali integrali, frutta secca, semi, erbe aromatiche e spezie offrono sostanze diverse a microrganismi diversi. Anche alcuni alimenti fermentati, come yogurt e kefir, possono essere utili se ben tollerati.Non serve però inseguire un “microbiota perfetto” né assumere automaticamente probiotici. Prima di tutto bisogna nutrire bene quello che già abbiamo. La barriera intestinale La parete intestinale non è un semplice tubo. È una barriera molto sofisticata che separa i microrganismi presenti nell’intestino dal resto dell’organismo.Quando la barriera funziona bene, permette il passaggio dei nutrienti ma limita il contatto eccessivo tra componenti batteriche e sistema immunitario.Alimentazione, infezioni, alcune malattie, farmaci e alterazioni metaboliche possono modificare questa barriera.Questo non significa però che ogni gonfiore, stanchezza o disturbo digestivo debba essere attribuito automaticamente a un “intestino permeabile”. È meglio evitare diagnosi semplicistiche e test sulMicrobiota non ben validati. Additivi ed edulcoranti Alcuni studi suggeriscono che certi emulsionanti e alcuni edulcoranti possano modificare il microbiota o il modo in cui interagisce con la mucosa intestinale.Le conoscenze, soprattutto nell’uomo, non sono però ancora sufficienti per dire che tutti gli additivi siano dannosi, ma in mancanza di studi approfonditi - che dovrebbero essere realizzati dalle stesse aziende produttrici! - vale il principio di precauzione di non utilizzarli. Non serve quindi eliminare ogni sigla dall’etichetta. È molto più utile ridurre il consumo abituale di prodotti molto formulati e aumentare gli alimenti semplici e poco trasformati. Anche per gli edulcoranti la regola migliore è la moderazione. Sostituire grandi quantità di zucchero con grandi quantità di prodotti molto dolci “senza zucchero” non sempre aiuta a modificare davvero le abitudini alimentari. Mangiare con ritmi più regolari Anche il momento in cui mangiamo può essere importante.Pasti molto abbondanti, continui spuntini e alimentazione fino a tarda notte possono mantenere a lungo elevata la richiesta insulinica.Per molte persone può essere utile lasciare qualche ora tra un pasto e l’altro, evitare il continuo “spizzicare” e ridurre l’alimentazione notturna. Non servono necessariamente digiuni lunghi o rigidi. Conta soprattutto evitare che l’organismo sia impegnato continuamente nella gestione di nuovi nutrienti. Curare il sonno Dormire bene è parte della terapia.Dormire poco o male può peggiorare la sensibilità all’insulina, aumentare la fame, modificare gli ormoni dello stress e aumentare l’attività del sistema nervoso simpatico.Russamento importante, pause respiratorie durante la notte (apnee) , sonnolenza diurna, cefalea al risveglio o pressione difficile da controllare possono far pensare alle apnee notturne.Le apnee non sono soltanto un problema del sonno. Possono influenzare metabolismo, pressione, cuore e infiammazione. Ridurre lo stress cronico Lo stress non è sempre negativo. È una risposta necessaria quando dobbiamo affrontare una difficoltà.Diventa problematico quando restiamo continuamente in una condizione di allerta e non riusciamo più a recuperare.Respirazione lenta, meditazione, mindfulness, attività fisica, tempo nella natura, relazioni sociali soddisfacenti e un adeguato recupero possono aiutare moltissimoL’obiettivo non è “non avere stress”, ma riuscire a passare dall’attivazione al recupero. Curare la bocca Gengiviti e parodontiti croniche possono mantenere una stimolazione infiammatoria.Igiene orale, controlli periodici e trattamento dei problemi gengivali fanno quindi parte anche della prevenzione generale.(Vedi articolo con consigli in caso di infiammazioni gengivali) Smettere di fumare Il fumo favorisce stress ossidativo, danno dei vasi, attivazione infiammatoria e aumento del rischio cardiovascolare e respiratorio.Smettere di fumare è uno degli interventi più efficaci per ridurre il rischio globale.AlcoolAnche il consumo di alcol deve essere valutato con attenzione, soprattutto in presenza di fegato grasso, trigliceridi elevati o altri problemi epatici. Proteggere il fegato La steatosi, cioè l’accumulo di grasso nel fegato, è spesso un segnale precoce di sovraccarico metabolico.Può essere presente anche con transaminasi normali.Ridurre il grasso viscerale, muoversi, migliorare la sensibilità all’insulina, correggere l’eccesso alimentare e controllare glicemia e trigliceridi sono gli strumenti principali per favorirne la regressione. Integratori: utili, ma al posto giusto Gli integratori possono essere utili in alcune situazioni, ma non dovrebbero diventare la parte principale del trattamento.Gli omega-3 possono essere indicati in alcuni pazienti, soprattutto quando i trigliceridi sono elevati.La vitamina D va corretta quando esiste una reale carenza. Altre sostanze possono avere attività interessanti, ma nessun integratore compensa sedentarietà, fumo, cattivo sonno, perdita di muscolo o alimentazione sbilanciata.Anche gli antiossidanti non devono essere usati con l’idea di eliminare completamente lo stress ossidativo. Una certa produzione di sostanze ossidanti è fisiologica e serve anche alla normale comunicazione tra le cellule.Vedi articolo sugli antiossidanti Trattare le malattie già presenti Se sono già presenti diabete, ipertensione, colesterolo elevato, obesità, steatosi o malattie cardiovascolari, lo stile di vita resta fondamentale. Controllare nel tempo se stiamo davvero migliorando Recuperare salute non significa soltanto vedere scendere la proteina C-reattiva.È importante osservare se diminuisce la circonferenza addominale, se aumenta la forza muscolare, se migliorano trigliceridi e glicemia, se serve meno insulina per mantenere il glucosio sotto controllo, se il fegato accumula meno grasso, se la pressione migliora e se il sonno diventa più efficace.Un singolo esame è una fotografia. La variazione nel tempo racconta invece la direzione nella quale sta andando l’organismo.Un organismo sano non è un organismo nel quale non esistono mai infiammazione, stress o aumento dell’insulina.Dopo un pasto l’insulina deve aumentare. Durante uno sforzo il cuore deve accelerare. In caso di infezione il sistema immunitario deve attivarsi.La salute consiste nella capacità di attivare queste risposte quando servono e poi tornare all’equilibrio.Quando questa capacità si riduce, l’organismo deve compensare sempre di più per mantenere valori apparentemente normali.Recuperare salute significa quindi recuperare flessibilità e capacità di adattamento: più movimento, più muscolo, meno grasso viscerale, alimentazione più semplice e meno ultraprocessata, maggiore varietà vegetale, un microbiota ben nutrito, sonno efficace, meno fumo, buona salute orale, migliore gestione dello stress e corretto trattamento delle patologie già presenti.Non stiamo cercando soltanto di abbassare un valore di laboratorio. Stiamo cercando di rendere l’organismo nuovamente più capace di mantenere il proprio equilibrio con meno sforzo.È questo il significato più concreto di prevenzione: intervenire quando il corpo possiede ancora una grande capacità di recupero, prima che le alterazioni diventino malattie conclamate.
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