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Per una visione Sistemica

Dott. Giovanni Marotta
14/05/2026
La distinzione tra colesterolo “buono” e “cattivo” nasce come semplificazione utile, ma in realtà il metabolismo lipidico è molto più complesso.
Quando si parla di LDL come “colesterolo cattivo”, per esempio, si dà spesso l’idea che queste particelle siano intrinsecamente nocive, quasi un materiale tossico che circola nel sangue. In realtà le LDL hanno una funzione fisiologica importante: trasportano colesterolo ai tessuti, dove serve per membrane cellulari, ormoni steroidei e molti altri processi biologici. Il problema emerge quando il sistema di trasporto, regolazione e smaltimento perde equilibrio.
Anzitutto, ciò che chiamiamo “LDL” non è una sostanza unica e uniforme. Si tratta di una famiglia di particelle che differiscono per dimensione, densità e composizione. Alcune sono relativamente grandi e meno reattive; altre sono piccole, dense e chimicamente più instabili. Queste ultime tendono a penetrare più facilmente nella parete delle arterie e sono più vulnerabili ai processi ossidativi. È qui che la questione cambia natura: non è tanto il colesterolo in sé a essere pericoloso, quanto la combinazione fra particelle aterogene, stress ossidativo e infiammazione della parete vascolare. L’aterosclerosi oggi non viene più interpretata semplicemente come “grasso che si accumula nei tubi”. È considerata piuttosto una malattia infiammatoria cronica dell’endotelio, cioè del rivestimento interno dei vasi sanguigni. Le LDL che entrano nella parete arteriosa possono ossidarsi; a quel punto il sistema immunitario le riconosce come alterate e richiama cellule infiammatorie. I macrofagi cercano di “ripulire” il materiale lipidico, ma finiscono per riempirsene e trasformarsi nelle cosiddette cellule schiumose, che costituiscono il nucleo iniziale della placca aterosclerotica. Quindi il danno cardiovascolare nasce da un’interazione continua fra lipidi, ossidazione, risposta immunitaria e stato metabolico generale. Per questo motivo due persone con lo stesso valore di LDL possono avere rischi molto diversi. Una persona metabolicamente sana, con pressione normale, trigliceridi bassi, glicemia stabile e buona sensibilità insulinica, potrebbe tollerare LDL relativamente elevate senza mostrare un rischio particolarmente alto. In un’altra persona, magari con obesità viscerale, diabete, ipertensione e infiammazione cronica, gli stessi valori assumono un significato molto più preoccupante. Il contesto biologico conta almeno quanto il numero assoluto.
Negli ultimi anni l’attenzione si è spostata sempre più dal semplice “quanto colesterolo c’è” al “quante particelle aterogene circolano”. Per questo si studiano marker come ApoB, che riflette il numero totale di particelle potenzialmente dannose, oppure la lipoproteina(a), una variante geneticamente determinata che sembra avere una particolare aggressività vascolare. Anche il rapporto tra trigliceridi e HDL viene considerato indicativo dello stato metabolico e dell’eventuale presenza di insulino-resistenza. Persino le HDL, tradizionalmente chiamate “colesterolo buono”, hanno perso parte della loro aura protettiva assoluta. È vero che partecipano al trasporto inverso del colesterolo, cioè al recupero del colesterolo dai tessuti verso il fegato, ma non basta avere HDL alte per essere automaticamente protetti. In alcune condizioni infiammatorie o metaboliche, le HDL possono diventare meno efficienti o addirittura disfunzionali. Inoltre, farmaci che aumentavano artificialmente il valore delle HDL non hanno prodotto la riduzione degli eventi cardiovascolari che ci si aspettava.
In sostanza, il colesterolo non è un “veleno” che va semplicemente abbassato a ogni costo, né una sostanza innocua indipendentemente dal contesto. È un componente essenziale della fisiologia umana che può diventare parte di un processo patologico quando si inserisce in un ambiente metabolico e infiammatorio favorevole allo sviluppo dell’aterosclerosi. La medicina moderna tende quindi a ragionare meno in termini morali — colesterolo buono contro cattivo — e più in termini di dinamica biologica complessa: traffico delle lipoproteine, stato dell’endotelio, infiammazione, ossidazione e vulnerabilità individuale.
Il colesterolo viene spesso descritto quasi esclusivamente come un fattore di rischio cardiovascolare, ma questa prospettiva rischia di oscurarne il ruolo fondamentale nella fisiologia del sistema nervoso. Il cervello, pur rappresentando una piccola parte del peso corporeo totale, contiene una quota enorme del colesterolo dell’intero organismo. Questo perché il colesterolo è indispensabile per la costruzione delle membrane cellulari, per la formazione delle sinapsi e soprattutto per la mielina, la guaina che riveste gli assoni neuronali e permette una conduzione efficiente degli impulsi nervosi. In questo contesto diventano centrali le cellule della glia, in particolare gli astrociti e gli oligodendrociti. Gli oligodendrociti producono mielina, che è estremamente ricca di lipidi e colesterolo; senza un metabolismo lipidico efficiente il sistema nervoso non potrebbe mantenere una trasmissione nervosa stabile e rapida. Gli astrociti, invece, partecipano attivamente alla sintesi e distribuzione del colesterolo ai neuroni. È interessante notare che il cervello produce gran parte del proprio colesterolo localmente, perché la barriera ematoencefalica limita il passaggio diretto del colesterolo dal sangue. In altre parole, il colesterolo non è un materiale estraneo che invade l’organismo, ma una sostanza strutturale indispensabile anche alle funzioni cognitive e neuronali.
Il problema nasce quando il metabolismo delle lipoproteine periferiche entra in una dinamica infiammatoria cronica. Le LDL non diventano pericolose semplicemente perché “alte”, ma soprattutto quando subiscono modificazioni ossidative in un ambiente biologico favorevole all’infiammazione. Qui entra in gioco un indicatore molto interessante: la PCR ultrasensibile, spesso indicata come hs-CRP o PCR-hs. Si tratta di una versione molto più sensibile della proteina C reattiva tradizionale, capace di rilevare livelli minimi di infiammazione sistemica cronica. La PCR-hs non misura direttamente il colesterolo, ma aiuta a capire il contesto in cui le lipoproteine stanno circolando. Due individui con lo stesso valore di LDL possono avere profili di rischio molto diversi se uno presenta PCR-hs molto bassa e l’altro livelli persistentemente elevati. Una PCR-hs alta suggerisce che l’endotelio vascolare si trovi in uno stato infiammatorio attivo, condizione che favorisce l’adesione delle particelle LDL alla parete arteriosa, la loro ossidazione e la successiva risposta immunitaria. In pratica, la PCR-hs aiuta a stimare quanto l’ambiente biologico sia predisposto alla trasformazione delle LDL in particelle realmente aterogene.
Per questo motivo oggi si tende a considerare il rischio cardiovascolare come il risultato dell’interazione fra quantità di particelle ApoB-aterogene, stato infiammatorio, ossidazione e vulnerabilità individuale. Il colesterolo “cattivo” non è quindi una sostanza ontologicamente maligna, ma una componente fisiologica che può entrare in circuiti patologici quando il sistema immunitario e metabolico si trovano in squilibrio. Questa visione spiega anche perché alcune persone con LDL moderate sviluppano aterosclerosi importante, mentre altre con valori simili rimangono relativamente stabili per decenni. La differenza spesso non sta soltanto nel colesterolo, ma nel terreno biologico in cui esso opera: infiammazione cronica, stress ossidativo, insulino-resistenza, sedentarietà, fumo, alterazioni metaboliche e predisposizione genetica. La PCR-hs è interessante proprio perché fornisce una finestra su questo “clima infiammatorio” di fondo, che il semplice pannello lipidico non riesce a mostrare. Le lipoproteine ossidate rappresentano uno dei punti chiave nel passaggio da un semplice trasporto fisiologico dei lipidi a un processo patologico vascolare. In condizioni normali, le lipoproteine — soprattutto le LDL — svolgono una funzione necessaria: distribuiscono colesterolo e altri lipidi ai tessuti. Finché rimangono strutturalmente integre, il loro comportamento è relativamente controllato dai normali meccanismi cellulari. Il problema emerge quando subiscono modificazioni ossidative. L’ossidazione è un processo chimico favorito dai radicali liberi e dallo stress ossidativo. Quando una particella LDL permane a lungo nel circolo sanguigno, soprattutto in presenza di infiammazione cronica, iperglicemia, fumo, obesità viscerale o insulino-resistenza, può infiltrarsi nella parete arteriosa ed essere alterata chimicamente. I fosfolipidi e le apolipoproteine presenti sulla sua superficie vengono modificati; la particella non viene più riconosciuta come “normale” dal sistema biologico. A questo punto cambia completamente il modo in cui l’organismo reagisce. Le LDL normali vengono regolate tramite recettori cellulari relativamente controllati. Le LDL ossidate, invece, vengono captate dai macrofagi attraverso scavenger receptors, che non hanno un efficace sistema di feedback. I macrofagi continuano quindi a inglobare lipidi fino a trasformarsi nelle cosiddette cellule schiumose. Questo accumulo costituisce il nucleo iniziale della placca aterosclerotica. Il punto importante è che la tossicità non dipende semplicemente dalla quantità assoluta di colesterolo, ma dalla trasformazione qualitativa delle particelle lipoproteiche in un ambiente infiammatorio. Le LDL ossidate diventano biologicamente molto attive: stimolano citochine infiammatorie, danneggiano l’endotelio, richiamano altre cellule immunitarie e favoriscono instabilità vascolare. In pratica si comportano quasi come segnali di danno cronico. Questo spiega perché oggi l’aterosclerosi venga interpretata più come una malattia immuno-metabolica che come un semplice “intasamento da grasso”. L’infiammazione sistemica cronica crea il terreno favorevole all’ossidazione delle lipoproteine. Qui assume valore la PCR ultrasensibile (PCR-hs), perché livelli elevati suggeriscono che l’organismo si trovi in uno stato pro-infiammatorio che facilita proprio questi processi ossidativi e immunitari. Esistono anche lipoproteine ossidate diverse dalle LDL. Per esempio, la lipoproteina(a), o Lp(a), può essere particolarmente aterogena perché combina proprietà lipidiche e pro-trombotiche. Inoltre alcune HDL, che normalmente aiutano il trasporto inverso del colesterolo, in ambienti infiammatori severi possono perdere parte della loro funzione protettiva e diventare “disfunzionali”. Nel sistema nervoso centrale il quadro è ancora più delicato. Il cervello dipende enormemente da un metabolismo lipidico stabile per mantenere mielina, sinapsi e attività delle cellule gliali. Gli oligodendrociti, che producono mielina, richiedono grandi quantità di colesterolo. Tuttavia anche nel tessuto nervoso lo stress ossidativo e la perossidazione lipidica possono contribuire a neuroinfiammazione e degenerazione cellulare. Per questo il metabolismo delle lipoproteine viene studiato non solo nella cardiologia, ma anche nelle neuroscienze e nella biologia dell’invecchiamento. In sintesi, la nozione moderna di “colesterolo cattivo” si è progressivamente spostata dal semplice valore numerico delle LDL verso il concetto di lipoproteina ossidata in ambiente infiammatorio. È l’interazione fra carico lipidico, ossidazione e risposta immunitaria che determina la vera pericolosità biologica. Esami utili Per approfondire seriamente il metabolismo lipidico non basta il classico “colesterolo totale”. Oggi si tende a valutare l’intero assetto metabolico, perché metabolismo lipidico e glicemico sono strettamente intrecciati. Insulino-resistenza, infiammazione cronica e stress ossidativo modificano infatti la qualità delle lipoproteine, favorendo la formazione di particelle piccole, dense e più facilmente ossidabili. Gli esami di base restano comunque importanti. Il pannello lipidico standard comprende colesterolo totale, HDL, LDL e trigliceridi. Già il rapporto trigliceridi/HDL può dare indicazioni indirette sulla sensibilità insulinica: valori elevati suggeriscono spesso una tendenza all’insulino-resistenza e alla formazione di LDL piccole e dense. Per una valutazione più raffinata delle particelle aterogene sono molto utili ApoB e lipoproteina(a). L’ApoB riflette il numero totale di particelle potenzialmente aterogene circolanti, indipendentemente dalla quantità di colesterolo che trasportano. È spesso più informativa della sola LDL. La Lp(a), invece, è fortemente influenzata dalla genetica ed è associata a rischio cardiovascolare aumentato anche in soggetti apparentemente sani. In alcuni laboratori si può richiedere anche lo studio della subfrazione LDL o del profilo lipoproteico avanzato, che distingue particelle grandi e meno aggressive da LDL piccole e dense, più associate a infiammazione metabolica e diabete tipo 2. Poiché l’aterosclerosi è oggi considerata una patologia immuno-infiammatoria oltre che lipidica, è utile valutare lo stato infiammatorio sistemico. In questo contesto la PCR ultrasensibile (PCR-hs o hs-CRP) è uno degli esami più interessanti. Valori persistentemente elevati suggeriscono un ambiente pro-infiammatorio favorevole all’ossidazione delle lipoproteine e alla disfunzione endoteliale. Alcuni specialisti associano anche fibrinogeno, omocisteina o ferritina, soprattutto in presenza di sospetto stress ossidativo o sindrome metabolica. Sul versante glicemico, glicemia a digiuno ed emoglobina glicata (HbA1c) rappresentano la base. Tuttavia possono non evidenziare le fasi iniziali di insulino-resistenza. Per questo risultano molto utili insulina a digiuno e calcolo dell’indice HOMA-IR, che permettono di stimare quanto l’organismo debba “spingere” l’insulina per mantenere normale la glicemia. In molti soggetti metabolicamente alterati la glicemia rimane apparentemente normale per anni, mentre l’iperinsulinemia è già presente. Quando necessario si può eseguire curva da carico glicemica con insulinemia, che consente di osservare dinamicamente la risposta glucidica e insulinica. È particolarmente utile nei casi dubbi, nella sindrome metabolica iniziale o nelle alterazioni post-prandiali. Poiché fegato e metabolismo lipidico sono strettamente collegati, spesso si associano anche:• transaminasi (AST, ALT)• gamma-GT• ecografia epatica per steatosi• acido urico La steatosi epatica metabolica è infatti una delle manifestazioni più frequenti dell’insulino-resistenza. Un approfondimento molto completo potrebbe quindi comprendere:• colesterolo totale• HDL• LDL• trigliceridi• ApoB• lipoproteina(a)• subfrazioni LDL / LDL piccole e dense• glicemia a digiuno• emoglobina glicata• insulina a digiuno• HOMA-IR• curva glicemica e insulinica• PCR ultrasensibile• fibrinogeno• omocisteina• transaminasi e gamma-GT• acido urico L’obiettivo non è soltanto capire “quanto colesterolo c’è”, ma valutare se esiste un ambiente metabolico caratterizzato da infiammazione cronica, iperinsulinemia, ossidazione delle lipoproteine e disfunzione endoteliale. È questo insieme di fattori che oggi definisce il rischio cardiometabolico reale.
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