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Stitichezza ovvero come ripristinare l’armonia di tutto il sistema digerente

Dott. Giovanni Marotta
07/09/2026
La regolarità dipende dal funzionamento dell’intero apparato digerente, nel quale stomaco, fegato, vie biliari, pancreas, intestino tenue e colon lavorano in stretta collaborazione.
La bile prodotta dal fegato e gli enzimi pancreatici partecipano alla digestione, mentre nell’intestino tenue vengono assorbiti gran parte dei nutrienti. Anche dopo l’asportazione della colecisti la bile continua regolarmente a raggiungere l’intestino: viene meno soprattutto la sua funzione di deposito e concentrazione. Nel colon vengono recuperati acqua ed elettroliti, si formano le feci e interviene il microbiota intestinale, un vero ecosistema di microrganismi in continua relazione con il nostro organismo. La stitichezza può dipendere da feci troppo dure, da un rallentamento del transito o da una difficoltà nella fase finale dell’evacuazione. Per questo non sempre basta aumentare fibre o assumere lassativi. Movimento, rispetto dello stimolo, ritmi quotidiani e sistema nervoso contribuiscono alla regolarità. L’obiettivo non è semplicemente “andare di corpo”, ma comprendere il problema e aiutare l’intestino a recuperare, quando possibile, il proprio funzionamento fisiologico. La stitichezza è uno dei disturbi più comuni dell’apparato digerente. Spesso viene considerata semplicemente un problema del colon: l’intestino è “pigro”, le feci sono dure, si evacua poco e si cerca qualcosa che possa facilitare l’evacuazione. In realtà la digestione è un processo molto più ampio. Prima che ciò che mangiamo diventi materiale fecale, il cibo ha attraversato un lungo percorso durante il quale sono intervenuti la bocca, lo stomaco, il fegato, la colecisti e le vie biliari, il pancreas, l’intestino tenue, il microbiota e infine il colon. La regolarità intestinale è quindi il risultato finale del buon funzionamento e della coordinazione dell’intero apparato digerente. La digestione comincia prima dell’intestino La digestione inizia già nella bocca. La masticazione frammenta gli alimenti e li mescola con la saliva. Mangiare lentamente e masticare bene non è soltanto una buona abitudine: significa iniziare correttamente il lavoro digestivo. La presenza, la vista, l’odore e il sapore del cibo attivano inoltre risposte nervose che preparano stomaco, pancreas e altri organi alla digestione. Il nostro apparato digerente, infatti, non è costituito da organi che lavorano separatamente. È un sistema coordinato nel quale segnali nervosi e ormonali permettono a ogni tratto di prepararsi a ciò che sta arrivando. Lo stomaco: non è semplicemente un contenitore Una volta deglutito, il cibo raggiunge lo stomaco. Qui viene mescolato grazie ai movimenti della parete gastrica e viene progressivamente trasformato in una massa semiliquida chiamata chimo. Lo stomaco produce acido cloridrico ed enzimi che iniziano, tra le altre cose, la digestione delle proteine. Ma svolge anche un’importante funzione meccanica: deve rimescolare il pasto e trasferirlo gradualmente nell’intestino tenue. Lo svuotamento dello stomaco non avviene tutto insieme. È regolato in funzione delle caratteristiche del pasto e delle informazioni provenienti dall’intestino. Già a questo livello comprendiamo un principio importante: digerire significa coordinare tempi, secrezioni e movimenti. Il duodeno: un grande crocevia della digestione Uscendo dallo stomaco, il contenuto alimentare raggiunge il duodeno, il primo tratto dell’intestino tenue. Qui incontra due secrezioni fondamentali: la bile proveniente dal fegato e le secrezioni digestive provenienti dal pancreas. È uno dei grandi crocevia dell’apparato digerente. Il contenuto acido proveniente dallo stomaco deve essere neutralizzato e carboidrati, proteine e grassi devono essere ulteriormente trasformati in molecole sufficientemente piccole da poter essere assorbite. Il fegato, la colecisti e la bile Il fegato è uno degli organi metabolicamente più importanti dell’organismo. Tra le sue numerosissime funzioni vi è la produzione della bile. La bile contiene acidi biliari che permettono di disperdere i grassi presenti negli alimenti in piccole goccioline, facilitando così l’azione degli enzimi digestivi e il successivo assorbimento dei lipidi e delle vitamine liposolubili. La bile viene prodotta continuamente dal fegato. La colecisti non produce la bile: funziona soprattutto come un piccolo serbatoio nel quale una parte della bile viene raccolta e concentrata tra un pasto e l’altro. Durante il pasto, soprattutto in presenza di grassi, la colecisti si contrae e libera nel duodeno una quantità maggiore di bile. Le vie biliari sono invece il sistema di condotti attraverso il quale la bile prodotta dal fegato raggiunge l’intestino. È utile chiarire questo punto anche per le moltissime persone alle quali è stata asportata la colecisti. Dopo una colecistectomia il fegato continua normalmente a produrre bile e il flusso biliare verso l’intestino viene conservato. Non avere più la colecisti non significa quindi “non avere più la bile” o non poter più digerire i grassi. Ciò che viene meno è soprattutto il serbatoio capace di accumularla, concentrarla e liberarne una quantità maggiore in risposta al pasto. Dopo l’intervento la bile prodotta dal fegato passa più direttamente e continuamente attraverso le vie biliari verso il duodeno. La grande maggioranza delle persone si adatta bene a questa nuova situazione e può condurre una vita e un’alimentazione normali; in alcuni soggetti, tuttavia, soprattutto inizialmente o dopo pasti particolarmente ricchi di grassi, possono comparire disturbi digestivi o modificazioni dell’alvo. La bile, dunque, non è semplicemente una sostanza di scarto. È una componente essenziale della digestione dei grassi e partecipa anche alle complesse relazioni tra fegato, intestino e microbiota. Il pancreas: il grande laboratorio degli enzimi digestivi Anche il pancreas svolge un ruolo fondamentale. Produce bicarbonato, che contribuisce a neutralizzare l’acidità proveniente dallo stomaco, ed enzimi capaci di digerire le principali componenti degli alimenti. Le amilasi partecipano alla digestione dei carboidrati, le lipasi a quella dei grassi e le proteasi a quella delle proteine. Quello che noi chiamiamo semplicemente “digerire un pasto” richiede quindi una straordinaria collaborazione tra stomaco, fegato, bile, pancreas e intestino. L’intestino tenue: dove assorbiamo gran parte di ciò che mangiamo Dopo il duodeno troviamo il digiuno e l’ileo. La superficie interna dell’intestino tenue presenta pieghe, villi e microvilli che aumentano enormemente l’area disponibile per l’assorbimento. Qui vengono assorbiti gran parte degli zuccheri semplici, degli aminoacidi, degli acidi grassi, delle vitamine, dei minerali e degli altri nutrienti che utilizzeremo per produrre energia, costruire tessuti e mantenere le nostre funzioni vitali. Ciò che non viene assorbito prosegue il viaggio verso il colon. Ed è qui che comincia la parte della storia più direttamente collegata alla stitichezza. Il colon non è un semplice tubo di scarico Pensiamo spesso al colon come all’ultimo tratto dell’apparato digerente, destinato soltanto a eliminare ciò che non serve. Non è così. Il colon è un ambiente biologicamente molto attivo. Recupera acqua ed elettroliti, ospita un’enorme comunità di microrganismi e trasforma progressivamente il contenuto intestinale nelle feci che verranno eliminate. I suoi movimenti devono contemporaneamente rimescolare il contenuto e farlo avanzare. Se il materiale procede troppo lentamente, il colon ha più tempo per modificarne l’idratazione e le feci possono diventare progressivamente più compatte e difficili da evacuare. Ma questo è soltanto uno dei possibili meccanismi della stitichezza. Nel colon vive un ecosistema Nel nostro intestino vive una comunità vastissima di batteri e altri microrganismi: il microbiota intestinale. Questi microrganismi utilizzano sostanze che non abbiamo completamente digerito, soprattutto determinate fibre e carboidrati, e le trasformano producendo numerose molecole. Tra queste troviamo gli acidi grassi a corta catena, come acetato, propionato e butirrato. Il butirrato, in particolare, rappresenta una fonte energetica importante per le cellule del colon e partecipa al mantenimento dell’ambiente intestinale e della barriera mucosa. L’intestino è quindi un ecosistema nel quale alimentazione, cellule intestinali e microrganismi interagiscono continuamente. Anche per questo la regolarità intestinale non può essere ridotta semplicemente alla quantità di feci che produciamo. Come si formano le feci Le feci sono un materiale molto più complesso di quanto si immagini. Contengono acqua, residui alimentari non digeriti, fibre, batteri e loro componenti, cellule eliminate dalla mucosa intestinale e numerose altre sostanze. Per poter essere eliminate facilmente devono avere una consistenza adeguata: non troppo liquide, ma neppure eccessivamente dure e secche. Il colon deve quindi trovare continuamente un equilibrio tra trattenere e far avanzare, assorbire acqua e mantenere il contenuto sufficientemente morbido. Che cosa significa allora essere stitici? Essere stitici non significa necessariamente non evacuare tutti i giorni. Alcune persone evacuano tre volte alla settimana e stanno perfettamente bene. Altre evacuano quasi quotidianamente ma devono sforzarsi molto e hanno continuamente la sensazione di non essersi svuotate. La stitichezza può manifestarsi con evacuazioni poco frequenti, feci dure o frammentate, necessità di spingere a lungo, difficoltà nell’espulsione, sensazione di blocco o di evacuazione incompleta. Sono situazioni apparentemente simili che possono però avere cause differenti. Quando il colon è troppo lento In alcune persone il contenuto intestinale procede lentamente attraverso il colon. Lo stimolo può essere poco frequente e le evacuazioni molto distanziate. In questi casi si parla, quando il disturbo viene opportunamente documentato, di rallentamento del transito intestinale. È la situazione che più assomiglia all’idea comune di “intestino pigro”, anche se questa espressione descrive molto poco di ciò che realmente sta accadendo. Quando invece il problema è l’uscita Esiste una forma completamente differente di stitichezza. Le feci arrivano regolarmente nel retto, ma la persona non riesce a espellerle bene. Evacuare richiede infatti una precisa coordinazione dei muscoli addominali, del retto, dello sfintere anale e del pavimento pelvico. Alcune persone, invece di rilassare correttamente questi muscoli durante l’evacuazione, li mantengono contratti o non riescono a coordinarli. La sensazione caratteristica è quella di dover spingere molto, di avere qualcosa che impedisce l’uscita o di non riuscire mai a svuotare completamente il retto. In questi casi assumere sempre più fibre o lassativi non affronta necessariamente il problema principale. Può essere utile una valutazione specifica e, quando indicato, una rieducazione del pavimento pelvico. Il riflesso naturale dopo il pasto Il colon non lavora con la stessa intensità durante tutta la giornata. Uno dei momenti nei quali tende ad attivarsi maggiormente è dopo un pasto. La distensione dello stomaco e l’arrivo degli alimenti nell’apparato digerente favoriscono una risposta motoria del colon conosciuta come riflesso gastrocolico. Per molte persone questo fenomeno è particolarmente evidente dopo la colazione. Quello stimolo non dovrebbe essere continuamente ignorato. Rimandare sistematicamente l’evacuazione può contribuire, in alcune persone, ad alterare progressivamente le normali abitudini intestinali. Il nostro organismo possiede dei ritmi. Imparare nuovamente ad ascoltarli può essere parte della soluzione. Anche il movimento aiuta l’intestino L’attività fisica quotidiana non serve soltanto ai muscoli e al cuore. Camminare e muovere il corpo si associano anche a una migliore funzione intestinale, mentre sedentarietà prolungata, immobilità e cambiamenti delle abitudini quotidiane possono favorire la stitichezza. Non occorrono necessariamente attività sportive intense. Anche il movimento regolare durante la giornata ha importanza. Intestino e cervello comunicano continuamente Molte persone osservano che il proprio intestino cambia durante periodi di stress, preoccupazione, viaggio o modificazione delle abitudini. Non è una coincidenza. L’apparato digerente possiede un’estesissima rete nervosa, il sistema nervoso enterico, che comunica continuamente con il cervello e con il sistema nervoso autonomo. Questa comunicazione avviene in entrambe le direzioni. Per questo emozioni e stress possono modificare la motilità intestinale e, nello stesso tempo, ciò che accade nell’intestino può influenzare segnali che raggiungono il sistema nervoso. Parlare di asse intestino-cervello significa riconoscere questa comunicazione biologica, non attribuire semplicisticamente i disturbi intestinali alla psicologia. Non tutta la stitichezza è uguale Questo è probabilmente il concetto più importante. Una persona può essere stitica perché produce feci troppo dure; un’altra perché il colon procede lentamente; un’altra ancora perché non coordina correttamente l’evacuazione. Farmaci, cambiamenti delle abitudini, sedentarietà e diverse malattie possono inoltre favorire o provocare stitichezza. Ecco perché non esiste un rimedio naturale o farmacologico adatto indistintamente a tutti. Prima bisogna comprendere quale problema stiamo cercando di correggere. Quando è necessario parlarne con il medico Una stitichezza presente da molti anni e sostanzialmente stabile è diversa da una stitichezza comparsa improvvisamente. Una modificazione recente e persistente delle abitudini intestinali merita particolare attenzione, soprattutto con l’avanzare dell’età. La presenza di sangue nelle feci, anemia non spiegata, dimagrimento involontario, dolore importante o persistente, vomito, febbre, marcata distensione addominale o altri sintomi nuovi richiede una valutazione medica. L’obiettivo non deve essere semplicemente riuscire a evacuare, ma comprendere ciò che l’intestino sta comunicando. Aiutare l’intestino significa rispettarne la fisiologia La stitichezza può quindi essere vista come il risultato finale di molti possibili squilibri. La digestione comincia nella bocca, continua nello stomaco, richiede il contributo fondamentale di fegato, bile e pancreas, prosegue nell’intestino tenue e termina nel colon, dove acqua, microbiota, motilità e sistema nervoso contribuiscono alla formazione e all’eliminazione delle feci. Questa visione più ampia permette anche di utilizzare meglio gli strumenti a nostra disposizione. Nei prossimi approfondimenti vedremo separatamente come l’alimentazione può favorire una buona funzione intestinale e come utilizzare correttamente semi di lino, semi di chia, psyllium, malva e altre fibre e mucillagini. Perché l’obiettivo non è semplicemente prendere qualcosa che “faccia andare di corpo”, ma aiutare l’apparato digerente a ritrovare, quando possibile, il proprio funzionamento fisiologico.